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Chi d'estate
vuole immergersi nell'anima del popolo salentino non può non
raggiungere una delle tante feste popolari che da secoli,
in onore quasi sempre dei santi protettori, animano le giornate,
ma soprattutto le serate, dei cento paesi.
La festa è generalmente
annunciata di buon mattino dal botto forte e secco dei primi
fuochi d'artificio, poi arriva il suono delle campane che
annuncia le funzioni religiose, mentre la banda, in alta uniforme,
con gli ottoni che brillano alla forte luce del sole, gira
per le strade del paese tra ali di bambini in festa.
In piazza
e nelle vie immediatamente limitrofe, tutte religiosamente
delimitate dalla paratura, baracche con dolciumi locali
(la immancabile cupeta, un croccante a base di mandorle
e miele), noccioline, scapace (una specialità gallipolina
a base di pesce fritto, pane grattugiato, aceto e zafferano
che, stando a quanto riferisce Janet Ross, una viaggiatrice
inglese che viene in Puglia alla fine del XIX secolo, era
una pietanza che Federico II si faceva preparare dal cuoco
di corte, tal Berardo) e giocattoli dai mille colori per la
gioia dei bambini. Il clou della festa, però, comincia
nel tardo pomeriggio quando esplodono le fantasmagoriche luminarie:
la gente vestita a nuovo scende per strada, a bocca aperta
e col naso all'insù osserva i ghirigori della paratura,
fa una visita in chiesa, si fa ungere sulla fronte dell'olio
"santo", lascia un'offerta, beve qualcosa ai tavolini dei
bar, gusta lo spumone (un artigianale gelato della
tradizione locale con frutti canditi e pan di spagna) mentre
la banda, dalla grande orientaleggiante cassarmonica,
di fronte ad un pubblico interessato e partecipe, suona brani
di musica sinfonica, pezzi d'opera e il Canzoniere,
un mix di canzoni napoletane molto note al grande pubblico.
Tutto in attesa della mezzanotte.
"Allo scoccare
della mezzanotte, infatti - scrive Raffaele Nigro -, al primo
colposcuro che chiama a raccolta i cittadini, un silenzio
tombale scende sul paese. Non fiata più nessuno, la banda
tace, gli occhi assiepati nelle periferie, alle finestre e
sui balconi e in luoghi favorevoli al godimento dello spettacolo,
aspettano di stupirsi e di smarrirsi e di spaventarsi al fischio
dei petardi, dei mortaretti, dei botti che tagliano il cielo
e fioriscono in centomila colori negli angoli più alti della
notte. Si scatena la gara pirotecnica...".
Può durare a
lungo questo gioco, a volte fino alle prime luci dell'alba,
comunque sino a quando, nel silenzio della notte, tre botti
lenti, cadenzati e sempre più forti, tanto da far tremare
la terra, non annunciano che la festa è finita.
La banda scende
giù dalla cassarmonica, le luminarie si spengono, e al suono
della "Marcia di Radetzky" o della "Marcia a tubo" di Ernesto
Abate, i musicanti si avviano verso il pulman che li porterà
lontano.
L'indomani è
un altro giorno, un'altra festa...
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