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Il Salento manca
di fimi e di corsi d'acqua che scorrevano invece sottoterra,
per via del terreno carsico che fa perdere le acque pluviali
pochi minuti dopo la loro caduta.
Si tratta di
inghiottitoi, vere e proprie foibe, qui più note come
vore (famosa quella di Barbarano), nei quali finiscono
le piogge, anche le più abbondanti: l'acqua se ne va sotto
terra e "naviga" per chilometri e chilometri nel sottosuolo.
Pochi sono,
oggi, dopo le grandi opere di bonifica della fine dell'Ottocento
e degli anni '20 e '30 del secolo scorso, i laghi costieri
(Acquatina, a nord di San CAtaldo, Cesine, Alimini)
e tutti a ridosso della linea d'acqua e comunicanti col mare.
Laddove non
è stata distrutta dalla dabbenaggine dell'uomo, la macchia mediterrenea, bassa, fitta, sempreverde, puntinata in determinati
periodi dell'anno da bacche gialle e rosse, si trova dappertutto
lungo la fascia costiera. In mezzo a queste praterie verdeggianti,
accanto alla roverella e alla quercia spinosa, troviamo i
giuggioli e i corbezzoli, con i loro gustosissimi frutti,
color marrò intenso, la giuggiola, di un rosso vermiglio i
frutti del corbezzolo, ui detto comunemente rùsciulu.
In primavera,
la campagna si copre di mille colori e lungo le stradine si
possono ammirare ciclamini, orchidee mediterranee, gladioli,
papaveri e iris mentre si diffonde nell'aria il profumo del
lentisco, del mirto, del cisto.

Non mancano
i grandi boschi di pino (stupendo lo spettacolo che si può
ammirare nell'area dei laghi Alimini, così come in quella
delle Cesine, in cui gli alberi si riflettono nelle acque
dei laghetti; ma altrettanto bello quello nell'area protetta
di Porto Selvaggio dove i pini fanno capolino ad una
costa rocciosa scoscesa nei cui anfratti, spesso, si aprono
grotte frequentate dall'uomo sin dalla preistoria), ma non
è assente il bosco di quercie, albero, come il centenario
carrubo, di cui qua e là posson ammirarsi significativi esemplari,
che un tempo doveva coprire grandi spazi della campagna salentina.
Qui cresceva
la quercia vallonea, dalle cui grosse bacche si ricavava
il tannino utilizzato per la concia delle pelli; una pianta,
questa, largamente presente in Anatolia e introdotta nel Salento
dai monaci basiliani: di essa oggi si conservano pochi maestosi
esemplari a Lecce, di fronte agli Uffici Finanziari, in viale
Gallipoli, e a Tricase dove, lungo la strada che dal paese
va verso la località marino di Porto Tricase. si incontra
la "vallonea dei cento cavalieri", un vero e proprio patriarca
verde al quale si attribuisce l'"età" di 600 anni. Il tronco
ha un diametro di 1,5 metri e una chioma di 500 mq.
L'esemplare
è stato dichiarato monumento nazionale.

Da segnalare
un leccio in agro di Pisignano: posto sulla linea di confine
di due proprietà, si tratta di un esemplare davvero grandioso,
la cui altezza supera i venti metri, con un tronco di 4,5
metri di circonferenza che apre i suoi rami a mo' di possenti
braccia ad una decina di metri da terra a sostegno di una
chioma sempreverde di ampiezza smisurata che supera i 27 metri.
Questo enorme albero, noto come la lizza te li latri,
si può ammirare a distanza perchè giganteggia tra gli uliveti
in aperta campagna.
E attraversando
il Salento, soprattutto nelle immediate vicinanze dei centri
abitati, non di rado, alti, superbi, su fusto loricato diritto
ed elegantissimo, coperto da ampia chioma, troviamo i cosiddetti
pini domestici, a volte in doppia fila al centro della quale
una stradina stretta porta direttamente alla residenza vezzosa
di una casa rustica di campagna o ad una villa suburbana di
grandi dimensioni: sono i Pinus pinea introdotti nel
leccese, come scrive in un suo lavoro Michele Mainardi, alla
fine dell'Ottocento.
Uno spettacolo
che denota il gran gusto delle famiglie borghesi locali desiderose
di "riposare" in campagna, all'aria aperta, quando il caldo
torrido della città, soprattutto in estate, diveniva insopportabile.
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